I mulini di Roma


Accidenti! che bbuggera de mola!

Averanno impicciato tutt’er fiume

Co li rotoni de sta mola sola!

              [Gioacchino Belli   Castel Sant’Angelo  n. 309]

Mola? Fiume? Dove ci troviamo?

Il sonetto del Belli è ambientato a Roma, presso il fiume Tevere dove erano situati centinaia di mulini o mole per macinare il grano o il sale, in passato fonte primaria nell’alimentazione e nella conservazione dei cibi. Le prime notizie sui mulini risalgono al secolo II a.C e vennero probabilmente inventati in Oriente. Per quanto riguarda l’Italia Antipatro di Salonicco al tempo di Augusto scriveva “Lascia macinare il grano, o donna, che fatichi il mulino, resta a dormire”, questo perché con una mola sola si poteva produrre fino a 150kg all’ora, contro i 7kg macinati da una mola a mano!

La loro posizione era strategica, poiché i carichi di grano provenivano dal Granaio d’Italia, ovvero l’Egitto tramite le imbarcazioni che approdavano ad Ostia, da qui le derrate venivano spostate su altre imbarcazioni che risalivano il biondo Tevere fino a giungere in città, per poi essere finalmente lavorate nei mulini ad acqua posti lungo il fiume o in prossimità degli acquedotti.

3987a4ea76a10f439dbaf49a3e9c31c1.jpgLa loro importanza è testimoniata da scritti antichissimi risalenti al 537, anno dell’assedio di Roma da parte dei Goti di Totila, i quali tagliarono gli acquedotti, provocando l’arresto delle mole del Gianicolo che erano alimentate da questi. Belisario, comandante bizantino al tempo dell’Imperatore Giustino I (518-527), per fronteggiare la situazione fece collocare una coppia di barche, unite fra di loro, con una grossa ruota azionata dalla corrente del fiume mediante la quale far girare le macine ospitate nelle barche stesse. I Goti, vista la mancata riuscita del loro piano, cercarono di fracassare i molini facendo scendere lungo le acque del fiume dei tronchi di albero, ma Belisario, che detto tra noi era un furbetto, fece costruire numerose palafitte a monte delle mole, così che i tronchi passavano senza disturbare le mole. Grazie a questo espediente i mulini sono rimasti sulle sponde per 1300 anni, mentre quelli romani non essendo ancorati con sistemi di catene erano spesso vittime delle piene.  Fino al 1871 era possibile vederli in azione, ma  a seguito della piena del 1870 alta 17m, che inondò la città e distrusse la maggior parte di questi apparati produttivi vennero demoliti per far posto alla realizzazione dei muraglioni.

FVQ-F-158674-0000Le mole hanno dato anche il nome al Ponte Ferrato, in riferimento alle catene di ormeggio che li tenevano ancorati alla banchina, inoltre erano dei veri e propri punti di riferimento, infatti spesso ci si dava appuntamento alla mola di San Francesco, San Nicola, ovviamente nomi religiosi perché connessi agli ordini religiosi che li gestivano.

Chissà se un giorno rivedremo queste opere ingegneristiche tornare ad animare le vorticose acque del fiume…

Articolo di Alessia De Fabiani

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